
(di Antonio Sabia, e-mail: sabb1o@hotmail.it)
“Hanno ucciso Nicola per la seconda volta, e stavolta in nome del popolo italiano”. Con queste parole Rosa Vilecco Calipari, vedova dell’agente del SISMI, ha commentato la sentenza della terza corte d’assise di Roma, che lo scorso 25 ottobre ha disposto il non luogo a procedere per l’ex marine Mario Lozano, colui che il 4 marzo 2005 uccise Nicola Calipari.
La sentenza è giunta dopo anni di indagini (più o meno chiare) e di polemiche per la mancata collaborazione degli U.S.A. nella ricostruzione degli eventi. Infatti, gli americani avevano sin dall’inizio cercato di spiegare l’uccisione come un tragico avvenimento. La ricostruzione da loro riportata, però, stride fortemente son quella di Giuliana Sgrena e di Andrea Carpani, l’autista dell’auto degli agenti. Perché questo? Evidentemente una delle due parti aveva molto da perdere se si sosteneva la reale versione dei fatti, e considerando che, per quello che è successo, la Sgrena e il maggiore Carpani non avevano più nulla da perdere, si può ben pensare che fossero gli americani a mentire. Secondo i loro rapporti l’auto viaggiava a 100 Km/h e non a 50km/h come sostennero gli italiani; ancora, sostennero di non aver ricevuto informazioni riguardo la liberazione della giornalista, mentre gli agenti italiani sostennero di aver informato in tempo gli alleati. Inoltre il posto di blocco americano non era a norma per le regole d’ingaggio statunitensi e ciò ha tratto ancor più in inganno gli agenti del SISMI. Che gli americani si siano comportati ambiguamente nei confronti degli italiani lo dimostra il loro comportamento sia durante l’attentato che durante le inchieste. A questo punto bisogna chiedersi a cosa poteva giovare gli U.S.A. l’uccisione dell’agente Nicola Calipari. A tutta prima quasi nulla. L’attentato aveva il solo scopo di vendicare la mancata fiducia degli italiani nei confronti degli alleati, per quanto riguarda la questione dei rapimenti.
Il governo di Washington aveva aspramente ammonito tutti gli alleati, che avessero dei connazionali rapiti nei territori di guerra, di non trattare in nessun modo con i terroristi, e meno che mai di versare contanti per il riscatto. Questa strategia (mai sostenuta dal SISMI) aveva portato all’Italia la liberazione delle tre guardie del corpo private Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Salvatore Stefio, rapite insieme a Fabrizio Quattrocchi, ucciso dai terroristi. Era l’8 giugno 2004. Il 7 settembre fu la volta delle operatrici umanitarie Simona Torretta e Simona Pari. A questa lunga serie di “disobbedienze” gli americani dovevano prendere un rimedio e così, hanno cercato di ostruire fino all’ultimo la liberazione della giornalista del Manifesto, fino a quando, a liberazione avvenuta, hanno ucciso il numero due del SISMI in Italia, nonché numero uno del SISMI per le operazioni all’estero.
Ma i rapporti tra i servizi segreti di entrambi i paesi non hanno goduto di ottimi rapporti già da molti anni prima.
Quando la guerra fredda stava diventando sempre meno tesa grazie ai rapporti più franchi di entrambi i blocchi, la priorità dell’atteggiamento filo-americano dei governi della DC sembrava ormai una cosa scontata, tanto che l’Italia poteva aprirsi a trattative di livello mondiale senza dover preoccuparsi del pericolo sovietico. Il problema principale, ora, proveniva dagli stati arabi e dal loro conflitto con Israele, lo stato “satellite” americano del dopoguerra. Questo, però, si stava comportando in una maniera un po’ troppo bellicosa nei confronti degli stati confinanti, che ne stavano subendo l’iniziativa militare. Agli occhi dello stato italiano, i paesi arabi stavano subendo una forte ingiustizia simile a quella subita dagli ebrei durante l’olocausto. Perciò si pensò di prendere le distanze da Israele e con esso anche dall’America, alla quale eravamo ancora fortemente legati. In questo periodo i servizi segreti italiani stavano entrando in contatto anche con quelli arabi, tanto che, per l’atteggiamento italiano, gli storici sostengono che l’Italia ebbe “una moglie americana e un’amante araba”.
I rapporti tra l’Italia e la sua “amante” sono rimasti buoni fino ad oggi, se pur con qualche attrito. La massiccia presenza di arabi in attentati terroristici anti-americani non ci deve far pensare in una complicità anche dello stato italiano, ma è ipotizzabile che, per liberare gli ostaggi rapiti nei territori di guerra, l’intelligence italiana si sia avvalsa dei rapporti che la legano con quei servizi segreti mediorientali, decisamente più moderati dei loro confratelli terroristi.
A buon ragione, infine, si può pensare che il motivo dell’uccisione di Calipari sia stata un’eccessiva gelosia della “moglie” americana nei confronti dell’”amante” araba.
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