(di Antonio Sabia, e-mail: sabb1o@hotmail.it)
Da quando è iniziata la guerra in Iraq (2003) ad oggi, le vittime militari sono circa 3.000. Se confrontiamo questo dato con il numero di morti “bianche” avvenute dal 2003 al 2006 –quasi 5.000- ci accorgiamo che l’Italia sta diventando il campo di battaglia di una guerra non dichiarata, durante la quale i morti si contano solo da una parte: quella dei lavoratori. I volti di Roberto Scala, Angelo Laurino, Antonio Schiavone, Giuseppe de Masi, Rosario Rodino, Rocco Marzo e Bruno Santino sono la testimonianza dell’ultima tragedia avvenuta a Torino nella fabbrica ThyssenKrupp. Per tutti i familiari delle vittime il 2008 non è iniziato sotto il migliore degli auspici, e il loro dolore –insieme a quello di tutti i familiari dei caduti sul lavoro- non è servito a svegliare le coscienze della casta dirigente italiana e a spronare tutti quegli imprenditori che in materia di sicurezza fanno ancora orecchie da mercanti.
Ogni anno in Italia muoiono in media 1.200 persone (4 al giorno): nulla se confrontati con i 90.000 della Cina o i 40.000 dell’India, molto se si pensa alle numerose famiglie che vivranno senza un figlio o senza un genitore e senza uno stipendio con il quale andare avanti.
Le parole dei vari Presidenti del Consiglio e della Repubblica e i numerosi appelli rivolti da sindacati e da Confindustria non serviti ad altro che ad accertare che il problema esiste ma “non si sa” come risolverlo. Fino ad ora nessuna norma e nessun accordo è riuscito a far diminuire drasticamente il numero degli incidenti sul lavoro, che negli ultimi anni è sceso ma rimane pur sempre su cifre poco confortanti.
È davvero sorprendente come nel XXI secolo con tutte le innovazioni tecnologiche e i progressi compiuti nell’ambito dell’edilizia non si riesca a trovare misure adeguate per limitare i danni a strutture e soprattutto a persone. Mantenere fabbriche ed edifici a norme di sicurezza richiede certamente un costo notevole da parte di imprenditori e “colletti bianchi” vari, ma la vita di un uomo, operaio o dirigente che sia, va ben oltre ogni costo possibile ed immaginabile. Da anni tutti i familiari delle vittime “bianche” chiedono allo Stato il conto delle proprie sofferenze, che può essere pagato soltanto garantendo a tutti i lavoratori il diritto a lavorare in assoluta sicurezza. Diritto che non deve essere soltanto proclamato ma anche difeso da tutti coloro che sanno di avere qualche responsabilità in più sui propri lavoratori.
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