
(di Antonio Sabia, e-mail: sabb1o@hotmail.it)
“Alla fine fu deciso di entrare nel grande affare dei rifiuti pericolosi, con l'accordo che ogni famiglia avrebbe gestito le attività nel rispetto reciproco, ma per i fatti propri. Si cercò così di trovare siti che fossero fuori dalla Calabria, oppure all'estero, e alla fine la scelta cadde per quanto riguarda l'Italia sulla Basilicata, perché terra di nessuno dal punto di vista della malavita…”. Queste sono le parole di un pentito della ‘ndrangheta uscite sull’Espresso il 9 giugno 2005. Il mito della Lucania Felix, terra agreste piena di boschi, di petrolio, ricca di paesi costruiti sulle colline, sembra ormai non avere più ragione di esistere. Da molti anni sono passate alla cronaca vicende di corruzione, mala politica, e purtroppo anche di mafia. Chi pensava che la nostra fosse una regione “pura” da questo punto di vista si deve ricredere. Infatti, già dal lontano 1982 in Basilicata vennero individuati due schieramenti mafiosi, opposti tra di loro: la Nuova Camorra, guidata da Raffaele Cutolo e Pietro Picerno (dal 1986 collaboratore di giustizia) e legata ai boss campani, e un clan di matrice calabrese guidato da Franco Senua, che dagli amici della ‘ndrangheta avrebbe ricevuto armi e licenze varie. Dopo i primi arresti e le collaborazioni con la giustizia i vertici mafiosi cambiano e iniziano le prime guerre tra clan. Verso la fine degli anni ’80 la Nuova Camorra viene guidata da Rocco Delli Gatti, proveniente da Melfi, mentre la ‘ndrina calabrese passa in mano a Renato Martorano e al clan Cassotta. Il capo di questi è Marco Ugo Cassotta (assassinato il 14 luglio 2002) e i suoi uomini d’onore sono Massimo Aldo e Bruno Augusto Cassotta, Donato e Gerardo Prota, Saverio Loconsolo, Michele Morelli, Dario e Alessandro D’Amato (accusato di aver ucciso il proprio boss). Il sodalizio tra i Cassotta e la ‘ndrangheta si rinforza all’inizio degli anni ’90 con un unico obiettivo: estirpare la Nuova Camorra. I loro affiliati vengono uccisi uno per uno, ivi compreso il boss Delli Gatti. I pochi superstiti del clan camorrista, però, pur di trattenere i loro affari in Basilicata (estorsioni, appalti truccati, traffici di droga) avviano una trattativa con i Cassotta e con i boss calabresi che, a questo punto, sono i padroni incontrastati della nostra regione. Le trattative vengono portate avanti da Giovanni Luigi Cosentino (latitante già dagli anni ’70) e da alcuni esponenti delle famiglie calabresi dei Morabito e dei Di Luca. Si deciderà che da allora in avanti –siamo nel 1996- la mafia in Basilicata sarà gestita economicamente dalla ‘ndrangheta e per quanto riguarda gli affiliati saranno in maggioranza uomini lucani. È l’inizio dei Basilischi. Tra gli esponenti di questa nuova forza mafiosa, la quinta in Italia dopo Cosa Nostra, la ‘ndrangheta, la camorra e la Sacra Corona Unita, ci sono gli Scarcia di Policoro, in contatto con i Maesano della ‘ndrangheta; i Ripa, in contatto con Santo Carelli della ‘ndrangheta; i Zita di Montescaglioso e i Bozza di Matera in contatto con i Modeo della Sacra Corona Unita. Presenze di Basilischi vengono rintracciate in diverse zone della regione, precisamente a Policoro (12 affiliati), Metaponto (5), Maratea (12), Melfi (4), Vulture rionerese (14), Potenza (17), prima delle operazioni delle forze dell’ordine, che nel 1999 hanno portato all’arresto di ben 83 mafiosi.
E pensare che la Basilicata era la terra di nessuno!
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